È da un po’ che non scrivo su questo spazio, è stato il mio primo contatto con il mondo, e provo una infinita gratitudine per la persona che ero allora. Ho sempre pensato che potesse non fregare nulla a nessuno di quello che scrivevo, ma serviva a me per fare il punto della situazione. Ho invece capito, nel tempo, che il tema della biografia in chiave antroposofica interessa anche altre persone, che esplorare ambiti che potremo definire di nicchia non è poi così male, che in fondo c’è spazio per tutti.

È rassicurante pensare che da qualche parte ci sia qualcuno che ha interessi comuni, che si interroga sulla propria esistenza e volge lo sguardo oltre la superficie, fa sentire meno soli e isolati.

Per parlare di argomenti che mi stanno sempre a cuore ma con uno sguardo più accademico ho usato un altro spazio francescasartorato.it, ora sto cercando di farli dialogare.

In questa occasione parlerò di coaching. Ho avuto da sempre una relazione con il coaching ondivaga, un amore altalenante, avevo la sensazione di non essere mai abbastanza adeguata al ruolo di coach. Oggi la mia idea di coach è di accompagnamento, e penso che sia estremamente complesso e delicato accompagnare una persona in un particolare momento della sua vita.

Per come la vedo io, la relazione non può essere frontale. Ci si siede a fianco in un ideale sidecar e si lascia che sia lei/lui a guidare, facilitato dalle tue domande, riflessioni, riformulazioni.

 

Quello che ho capito nel tempo è che la domanda con cui arriva la persona è solo la punta di un iceberg e che la questione vera sta molto più in profondità. Una domanda che potremo paragonare ad una cipolla, fatta di tanti strati e per arrivare al cuore bisogna toglierne uno alla volta.  Strati che da un lato proteggono, dall’altro però ti privano del contatto con la tua essenza.

Siamo esseri multidimensionali che non sempre sono in equilibro tra livello fisico, emozionale, mentale e spirituale. Tuttavia, il cuore, quella che anima e motiva l’intera esistenza è la dimensione spirituale.

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Qualcuno lo definisce coaching spirituale, io preferisco chiamarlo accompagnamento. Ho letto di recente un piccolo libro Accompagnatori accompagnati di G. Bormolini, ricchissimo di contenuti, tra i tanti due concetti mi sono rimasti particolarmente impressi:

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Una condizione indispensabile nell’accompagnatore è di avere cura della propria vita interiore e della propria vita spirituale, senza questo tipo di cura si corrono due rischi:

  • non avere la libertà interiore per avvicinarsi a chi in quel momento ha bisogno del tuo aiuto
  • trasmettere contenuti interiori non opportuni, probabilmente dannosi.

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Quando si parla di accompagnamento si tende ad indicare un accompagnatore e un accompagnato, un’unica direzione; invece è nelle due direzioni che si stabilisce la relazione: ambedue sono accompagnati e accompagnatori!

Ambedue sono donatori e ricevitori di doni.

Un modo nuovo di essere coach che mi ha fatto incontrare nuove parti di me stessa ma anche scoprire paure che sto cercando di accogliere e contenere.

Sedersi a fianco è faticoso, devi imparare a rispettare i tempi degli altri, accogliere le loro potenzialità ma anche i loro limiti. Cercare un equilibrio tra stimolare e rallentare ed è proprio in questo che la relazione diventa di accompagnamento reciproco.

La vita è strana, a volte curiosa, ma sempre pronta ad offrirti una possibilità, il rischio è che funzioni!