Ervin Goffman ne “La vita quotidiana come rappresentazione” propone la prospettiva della rappresentazione teatrale, esamina la vita sociale come tessuto di relazioni elementari, automatismi, comportamenti ricorrenti, incontri casuali, interazioni episodiche, frammenti di conversazione: un teatro del quotidiano dove la messa in scena è opera di gruppi che sono vere e proprie équipe teatrali, che si muovono in uno spazio scenico diviso tra ribalta e retroscena. La posta in gioco è il successo nella presentazione di sé stessi.
Riveste il ruolo di attore attivo e razionale capace di comprendere le aspettative altrui cercando di conoscere, etichettare e/o classificare una persona in base al ruolo che riveste.
In una relazione la persona che abbiamo di fronte cerca in genere di avere informazioni sul nostro conto, o si serve di quanto già conosce di noi per farsi un’idea. Si tratta di informazioni utili a definire una situazione, sapere in anticipo che cosa ci si aspetta gli uni dagli altri e scegliere l’azione migliore da intraprendere per ottenere la reazione che ci sembra più efficace.
Quello che facciamo perciò è controllare la condotta della controparte e il trattamento che ci viene riservato; il nostro scopo è ottenere risposte e persuadere l’altro che siamo persone rispettabili senza usare violenza o coercizione, è importante ricordare che le prime impressioni rivestono un ruolo fondamentale!
- La prima (volontaria) comporta quei simboli verbali, o loro sostituti, che l’individuo usa deliberatamente e intenzionalmente soltanto per comunicare le informazioni che egli stesso e gli altri convengono di attribuire a tali simboli; entra così nella parte e recita il copione predeterminato.
- La seconda (lasciata trasparire) quindi meno palese e non controllata che comprende una vasta gamma di azioni che gli osservatori possono considerare come sintomatiche dell’attore. In realtà sono proprio queste a essere valutate perché ritenute involontarie e quindi più vere.
Siamo abbastanza bravi a individuare la situazione, cercando nel nostro “archivio” circostanze simili e laddove non ne troviamo improvvisiamo partendo da stereotipi. L’obiettivo in prima battuta è conoscere e capire chi abbiamo di fronte.
Tuttavia, a mio parere per conoscere veramente l’altro e la sua unicità, bisogna andare oltre e aggiustando il tiro abbandonare i luoghi comuni.
Non sono ancora riuscita a trovare una soluzione unica che si possa adattare alla pluralità di situazioni che affrontiamo, ma una cosa è certa, per contenere eventuali danni è richiesta la presenza e l’ascolto delle prime impressioni.
C’è una parte di noi che sa e che ha poco a che fare con la razionalità e la ragionevolezza, il nostro corpo è in grado di inviarci segnali, che se impariamo a decodificare, ci raccontano un sacco di cose di chi abbiamo di fronte e di cosa sta accadendo. Possiamo chiamarla chimica, intuizione o “sentire a pelle” o in qualsiasi altro modo ma di sicuro è in grado di torglierci da eventuali pasticci.
Pertanto, se da un lato lo stereotipo ci facilita la vita, dall’altro la condiziona e ci porta a collocare in un casellario definito persone, cose o eventi, impedendoci di andare oltre e di definire la situazione in modo corretto.
La comunità afro-americana contesta invece tale definizione, percependo l’atto come l’ennesimo esempio di razzismo praticato dalla polizia; le loro istanze sono convalidate da una ricerca giornalistica secondo cui almeno altri 15 ragazzi di colore, sono stati uccisi nei cinque mesi precedenti in contesti analoghi”.
Ma possiamo anche pensare alle cose di tutti i giorni, immaginiamo un incidente e alcuni testimoni: difficilmente si avrà una visione comune e ogni persona definirà la situazione in modo molto personale, a volte decisamente creativo.
Daniel Mackay
La Vita uotidiana come rappresentazione – Erving Goffman
