Ho sempre avuto una mia idea di spiritualità e religione, ma a una lezione di sociologia ho avuto un sussulto quando il docente, parlando di religione, ha evidenziato quanto negli ultimi anni assomigli a:
“una merce esposta in un supermercato, un prodotto venduto da organizzazioni religiose che si contendono i fedeli, e “acquistato” (o meno) da “consumatori” che fanno comunemente dei paragoni prima di prendere la decisione finale. Un’offerta diversificata di religioni limita il potere di ogni singola confessione, assicurando più tolleranza e più libertà religiosa per tutti”. (da Sociologia generale, D. Croteau, W. Hoynes – McGraw Hill Education).
Pur non essendo praticante, quello che strideva e mi disturbava, era l’uso della metafora del supermercato; considerare: prodotto, merce la religione, tutte le religioni mi sembrava azzardato, per certi versi blasfemo.
Era ovvio che la mia “cultura religiosa” avesse delle lacune che era arrivato il momento di colmare. Volevo innanzitutto capire meglio il significato di spiritualità; avevo la sensazione che non mi fosse così chiaro.
Il primo punto interrogativo riguardava: essere “spirituali” significa necessariamente essere religiosi o si può essere spirituali a prescindere dalla religione?
La spiegazione che ho percepito più in sintonia con le mie convinzioni e credenze è quella di Marcelo Barros che alla parola spiritualità dà una interessante definizione.
(In una parola, frammenti di un’enciclopedia casuale a cura di Claudio Benzoni, Benzoni editore)
Nel IV secolo Gregorio di Nissa, commentando il Vangelo tradusse il termine greco pneumatiké con la parola latina spiritualitas, spiegando che “la spiritualità sarebbe un modo di vivere secondo Spirito Divino.
Oggi la maggior parte delle persone concorda nel dire che occorre distinguere tra spiritualità e religione. Le religioni hanno il compito di aiutare le persone a vivere un percorso spirituale, ma non possiedono il monopolio della spiritualità. Anche senza appartenere a nessuna tradizione religiosa, molte persone vivono una spiritualità profonda.”
Ogni essere umano, prosegue Barros, è abitato da una doppia inquietudine esistenziale: buona quando lo indirizza a dare il meglio di sé, negativa quando lo divide interiormente e lo paralizza. Lasciarsi andare è anti-spirituale.
Tuttavia, ogni proposta è di prassi legata alla cultura cui appartiene: una comunità africana si nutrirà di un modello spirituale diverso da un gruppo induista o taoista, pur essendo tutti validi e tutti potenzialmente complementari.
Fino a questo momento mi sentivo soddisfatta, ma quello che mi ha confortato maggiormente è stato il seguito.
Anche se oggi alcuni confondono spiritualità con auto-aiuto e intimismo, a differenza di qualsiasi processo egoico, ogni percorso autenticamente spirituale ci aiuta a uscire da noi stessi e vivere una comunione umana e cosmica.
Mentre in passato una confusione di termini contribuiva a mantenere soggiogati gli oppressi, con la legittimazione della fede e della religione, oggi la spiritualità è chiamata ad ampliare la percezione dell’altro, non solo un altro essere umano ma ogni essere vivente fino a tutto il creato.
Garantire che l’interiorità (non emotività e soggettivismo) conviva con una profonda attenzione alla dimensione sociale è concretamente importante.
Sembra essere Proprio la spiritualità a poterci aiutare ad articolare meglio questa relazione tra individuo e comunità, così come la dimensione dell’alterità che ogni persona dovrebbe scoprire nella vita: il significato e il valore profondo dell’altro.
Barros continua: “È nel rapporto di comunione con il creato che le persone spirituali di ogni religione, o anche quelle che, al di fuori di qualunque credo, amano la vita e cercano la giustizia, possono dire che l’obiettivo della spiritualità è di ricevere lo Spirito Santo per renderci più umani, tanto umani da essere divini. La spiritualità è grazia divina, e percorso d’amore realizzato nel quotidiano, a partire dalle nostre debolezze e dagli ostacoli che tutti incontriamo nella vita.
Per chi crede e per chi non crede, l’importante è accogliere questo soffio di vita, vivere il desiderio di cambiamento costante, di umanizzazione, tale da renderci sempre più persone di comunione e di amore.”
L’intero processo, afferma, passa attraverso crisi che ci permettono di fare scelte e rinnovarci.
Nella tradizione buddista, Siddharta, per seguire il sentiero dell’illuminazione, lascia la vita di palazzo; per quanto riguarda l’ebraismo, Mosè sta fuggendo dalle guardie del faraone quando sente la voce del divino; Gesù, secondo i Vangeli, fu spinto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato.
In questo senso è bene assumere le nostre crisi e quelle della realtà come agenti di una trasformazione, per una nuova vita. Una realtà trasformatrice che diventa collettiva se aperta verso le esperienze sociali e politiche più profonde, deve andare alla radice dei problemi.
La spiritualità, conclude Barros, ci chiede sempre conversione profonda e permanente. In questo senso è radicale e rivoluzionaria poiché mira alla trasformazione del mondo.
Immaginate che il mondo sia un cerchio, che al centro sia Dio, e che i raggi siano le differenti maniere di vivere degli uomini.
Quando coloro che, desiderando avvicinarsi a Dio, camminano verso il centro del cerchio, essi si avvicinano anche gli uni agli altri oltre che verso Dio. Più si avvicinano a Dio, più si avvicinano gli uni agli altri. E più si avvicinano gli uni agli altri, più si avvicinano a Dio.
La Lettera da Calcutta cita a pagina 4 questo testo di Doroteo di Gaza (Istruzioni VI).
